CRESCERE FACENDO SPORT: IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

Dalle parole del nostro Coordinatore Tecnico delle Attività di Base, Ermanno Pozzoni, si percepisce il ruolo fondamentale e determinante della Famiglia nella crescita psicofisica dei ragazzi anche nell’ambito dello Sport.

Vi invitiamo a leggere l’articolo completo che riportiamo di seguito.

Per comprendere quanto siano vere le parole di Ermanno raccogliamo il suo invito ad ascoltare l’intervista ad Alessandro Del Piero andata in onda nella trasmissione“Sfide”, perché testimonia come alle spalle di un campione ci sia una famiglia che ha fatto esattamente ciò che deve fare una famiglia ….. (guardate il filmato)

 

 

Trasmissione “Sfide” – Intervista ad Alessandro Del Piero

 

Articolo tratto da VIBE Informa di Settembre-Novembre 2014

 

A cura di Ermanno Pozzoni Coordinatore Tecnico Attività di Base

Foto Ermanno Pozzoni

Premessa

Fare sport in età giovanile è occasione di maturazione e crescita personale, in quanto l’attività sportiva – in particolare negli sport di squadra – promuove l’acquisizione di competenze (che l’OMS definisce life skills = competenze per la vita) che saranno utili a interpretare, in futuro, il proprio ruolo di adulti in modo responsabile, ovvero tale da generare benessere per sé e per gli altri.

Perché ciò avvenga, se da un lato è importante formare adeguatamente le persone che operano nelle società sportive (staff tecnico, dirigenti accompagnatori, segreteria sportiva, ecc.), dall’altro è fondamentale coinvolgere anche i genitori, in modo da rendere coerenti e allineati i messaggi che vengono inviati ai ragazzi e soprattutto offrire esempi che si rinforzino a vicenda.

Concretamente, cosa possono fare le famiglie?

1) LE ASPETTATIVE

–        Le aspettative sono ciò che desideriamo per i nostri figli, ciò che riteniamo sia il loro bene, la loro felicità, la loro realizzazione. Fin qui niente di male, è normale, se non esageriamo, se il nostro progetto non prende il posto del loro progetto. A volte però le aspettative nascondono nostri desideri che vogliamo realizzare tramite i figli. È come se attraverso i figli volessimo riconquistare dei pezzi della nostra vita, cose che non abbiamo realizzato perché non ne avevamo voglia o non avevamo le doti. A scuola, nello sport, persino nella vita sentimentale. Abbiamo adulti che smettono di progettare la loro vita e iniziano a progettare quella dei figli…e questo non va.

In generale, le aspettative sono come delle pietre che mettiamo nel loro zaino. Se non ce ne sono, non va bene (il figlio può pensare che lo consideriamo un incapace, che non ci importi di lui), ma se lo carichiamo troppo…lo schiacciamo. Come una gita in montagna: zaino troppo vuoto, mi metto a correre e cado. Zaino troppo pieno, non riesco a camminare.

–       Quando abbiamo un ragazzo che gioca bene a calcio, e cresce nel settore giovanile di una società professionistica, questo rischio di avere troppe aspettative, aspettative che lo schiacciano, è molto presente. Anche se sappiamo che uno su ventimila diventerà un campione, che anche tra chi vince un campionato Primavera ci sarà chi non farà il professionista, possiamo cadere nell’errore: far pensare al ragazzo che ci aspettiamo da lui che diventi un campione. È questa l’aspettativa che non dobbiamo avere.

Averla significa da un lato generare ansia e preoccupazione(“mi vorranno bene solo se riesco”) o sensi di colpa (“mio padre/mia madre è triste per colpa mia che non sono stato convocato o non ho giocato bene”). Abbiamo visto ragazzi che non dormono, o diventano aggressivi, o ancora depressi, per colpa di queste aspettative.

–        Ma allora non dobbiamo aspettarci niente? No, non si sostiene questo. Dobbiamo aspettarci le cose giuste: che impari a giocare a calcio e che viva una buona esperienza di gruppo. A cui se ne aggiunge una terza: si diverta. All’età dei vostri figli il calcio è divertimento. Vogliono giocare perché li diverte, prima ancora che vincere Se vincono a tavolino perché gli avversari non si sono presentati, sono dispiaciuti, non sono contenti. La domande giuste da fare dopo un allenamento sono: Ti sei divertito? Hai imparato? Vuoi festeggiare il compleanno con i tuoi compagni di squadra?

2) L’OBIETTIVO

–       Ci sono tre modi di essere bravi, nel calcio come in qualunque sport: bravi in termini assoluti (il migliore, chi vince il premio di miglior giocatore del torneo); bravi in termini relativi (mi confronto con un compagno, con un avversario e vedo che sono più veloce o più preciso di lui); bravi in termini di cambiamento rispetto a “dove eravamo” (gioco meglio di un anno fa).

È importante capire e far capire che è soprattutto questo l’obiettivo che deve porsi un ragazzo che gioca nei pulcini, negli esordienti, nei giovanissimi o negli allievi: non far inseguire traguardi irraggiungibili, nemmeno sollecitare troppo la competizione con gli altri, ma piuttosto la sensazione di potercela fare a migliorarsi. È quindi importante evitare confronti: non dire “lui è più bravo di te” o “tu sei più bravo di lui”… più che essere messi in graduatoria i bambini/ragazzi devono essere aiutati a capire che possono migliorarsi. Se anche non dovessero diventare professionisti del calcio è un insegnamento che servirà in ogni ambito di vita.

–        Allo stesso modo, aiutare a capire che il miglioramento non avvienemagicamente, ma con la fatica e l’impegno. La fatica (soprattutto mentale) di ammettere che si è sbagliato, che una cosa non la si sa fare bene, e l’impegno (fisico e mentale) nell’allenamento per provare e riprovare. “Nello sport o si vince o si impara” recita un motto della psicologia dello sport (potremmo dire che si continua a vincere solo se si impara anche quando si vince…): stiamo attenti a non essere i primi a negare gli errori dei nostri figli, creando alibi, dando la colpa ad altri, perché se non riconoscono gli errori, se danno sempre la colpa agli altri (al compagno, all’avversario, all’arbitro) non potranno migliorarsi. Se penso di aver fatto tutto bene come posso migliorarmi?

3) IL RUOLO

–       Ecco che si chiarisce anche il nostro ruolo: non siamo gli allenatori di nostro figlio (anche se viviamo nel paese dove tutti si sentono un po’ allenatori…)! Il peggior danno che possiamo fare è dare a nostro figlio consigli tecnici o tattici, sostituendoci all’allenatore, perché il ragazzo deve avere un unico riferimento e nulla lo turba più dell’incertezza (“Ma chi devo ascoltare?” oppure “Come faccio a far capire a mio padre che il Mister ne sa più di lui?”). Il messaggio da dare è che il Mister è preparato, ha le competenze per fare le scelte giuste e queste scelte vanno rispettate.

–       Durante le partite noi dobbiamo dire tre cose ai nostri figli: 1) Bravo 2) Bravo 3) Bravo. Quando gioca ha bisogno che noi lo aiutiamo a credere in se stesso, e basta. Non ha bisogno dei nostri consigli, ha già quelli del Mister.

–       Se diciamo questo, dopo un po’ si dimenticherà che siamo lì, giocherà serenamente, e alla fine ci ringrazierà. Se diciamo altro, o lo distraiamo, e magari lo infastidiamo anche. A volte si vergognerà di noi, non sarà concentrato e alla fine ci terrà il muso. Il nostro ruolo è quello di chi sostiene: incoraggia, dà energia, sprona a impegnarsi e a credere in se stessi anche di fronte a un errore.

 In sintesi

Invito ad ascoltare l’intervista ad Alessandro Del Piero andata in onda nella trasmissione“Sfide”(link: http://www.youtube.com/watch?v=r1KOhnwkQP0), perché testimonia come alle spalle di un campione ci sia una famiglia che ha fatto esattamente ciò che deve fare una famiglia: creare le condizioni in cui il figlio può diventare ciò che è.Attraverso gesti molto semplici come sgombrare un garage oppure mettere delle lampadine nel prato di casa. Noi siamo chiamati allo stesso modo a creare queste condizioni, poi attraverso il suo talento e il suo impegno – in tutti i campi della vita – i nostri figli diventeranno ciò che sono. Con le giuste aspettative, l’orientamento a migliorare e l’incoraggiamento costante avremo fatto tutto ciò che dobbiamo fare.

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